Sostenere l’arte con il progetto “There is no place like home”

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Da Exibart

Home is where I want to be pick me up and turn me round…. I love the passing of time never for money always for love… Guess that this must be the place. Cosi cantavano i Talking Heads, era il 1983 e più di trent’anni sono passati da allora. Tiriamo in ballo il pezzo non per nostalgia ma per quel ritmo scanzonato, la “leggerezza pensosa” – come direbbe Calvino – e le assonanti parole che si prestano a introdurre There is no place like home, progetto nato nel 2014 tra le vie di Roma per idea e mano di Alessandro Cicoria, Stanislao Di Giugno, Giuseppe Pietroniro, Marco Raparelli, Giuliana Benassi e Giulia Lopalco, a cui si aggiunge poco dopo Daniele Puppi. La casa è il posto in cui voglio stare, questo deve essere il posto, non c’è nessun posto come la casa. Onirico grembo per inquieti vagabondi, spigolosa gabbia per quieti indolenti, gli uomini e le donne di oggi probabilmente la loro casa la stanno ancora cercando o meglio, probabilmente, riconfigurando.

 

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 There is no place like home prende vita nelle sere d’estate tra una chiacchiera e l’altra sul sistema dell’arte, richiamando l’urgenza del fare mettendo al centro artisti e opera. In un crescendo di eventi, vernissage e talk sull’arte contemporanea, negli ultimi tempi la capitale si è riempita così tanto di bollicine da far straboccare il Tevere. Ma dov’è finito il tempo degli artisti di Piazza del Popolo, di Giulio Carlo Argan, di Palma Bucarelli, di Graziella Lonardi Buontempo? Eppure un friccico di quel glorioso periodo ancor scuote gli animi e, stanchi del lassismo generale, Cicoria, Di Giugno,  Pietroniro, Raparelli, Puppi, Benassi e Lopalco – per di più amici tra loro –  hanno avviato la costruzione corale di un “progetto senza progetto”, in cui la scelta degli spazi avviene prediligendo i margini al centro, affidando la disposizione delle opere al contingente. L’elemento di coesione è il dialogo costante tra gli artisti del gruppo, i curatori e gli altri artisti che vengono chiamati di volta in volta  a collaborare per la messa in opera… di cosa? Di un “luogo in divenire” – diremmo – di uno spazio entropico che i vari interventi riconfigurano secondo una nuova prospettiva. Quale? Soggettiva, condivisa, visibile. Possono stare insieme questi tre aggettivi nel definire un sostantivo? Direi di si, nel momento in cui pensiamo a quel sostantivo (prospettiva) come un qualcosa di attivo e agente sulla realtà.

 

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Nelle tre esperienze avviate (un cantiere aperto in Via Aurelia Antica a Roma tra il 26 e il 28 settembre 2014, la Polveriera sull’Isola delle Vignole a Venezia il 5 maggio 2015 e lo spazio sottostante un ponte in Via Valle Aurelia il 29 novembre dello stesso anno), la pratica personale è diventata condivisa attraverso una spinta in direzione della visibilità, visibilità intesa non in termini di riconoscibilità ma piuttosto come un’urgenza di rendere visibile un’energia che non può essere costretta, vincolata o rallentata dai tempi, dai modi e dalla scelte degli attori istituzionali della cultura. Una spinta alla visibilità recepita, inoltre, come elemento peculiare della visione contemporanea in cui si ha libero accesso a quelle geografie (interiori come esteriori) che prima sarebbero state semplicemente precluse se non addirittura ignorate.
Prima di Marc Augé, a parlare di “non-luogo” era stato Robert Smithson quando, giocando sui termini binari sito/non-sito, che in inglese si pronunciano allo stesso modo di vista/non-vista  (site/nonsite e sight/nonsight), alla fine degli anni ’60 aveva indicato come “luogo” il paesaggio esterno (le vallate e le strade percorse durante il viaggio a Passaic in New Jersey), mentre il “non-luogo” i frammenti di materiale proveniente dal sito originario e situato nel cubo bianco della galleria come eartwork interno. In quest’operazione il fuori si confonde con il dentro attraverso la funzione mediatrice del mezzo fotografico e si stabilisce una forte continuità tra il sito e il non sito grazie all’esperienza in tempo reale del soggetto nello spazio. Oggi, spazzata via l’antinomia sito/nonsito e probabilmente anche quella di vista/nonvista, le pratiche come quelle portate avanti da There is no place like home ci indicano una sottrazione in positivo dello spazio. Meno centro, più margini, margini che inglobano il centro sfumandone i limiti. Per quanto, le operazioni nascano dal “basso” non vi è una volontà di andar contro un “alto”, ma la leggerezza pensosa di dire che, se tutto è visibile, rimbocchiamoci le maniche e riconfiguriamo il modo di vedere, progettare e vivere lo spazio. Anche dell’arte.
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There is no place like home opera attraverso l’Associazione Culturale Vitoria Gasteiz.
Hanno partecipato al primo progetto a Roma in Via Aurelia Antica 429: Stefano Arienti, Simone Berti, Alessandro Cicoria, Eli Cortiñas, Stanislao Di Giugno, Loredana Di Lillo, Flavio Favelli, Stefania Galegati Shines, Vitoria Gasteiz, Daniele Genadry, Goldschmied & Chiari Thomas Hutton, Giovanni Kronenberg, Michaela M. Langenstein, Emiliano Maggi, Matteo Nasini, Norberto & Scintilla – Antonio Grulli, Nicola Pecoraro, Alessandro Piangiamore, Federico Pietrella, Cesare Pietroiusti, Giuseppe Pietroniro, Luigi Presicce, Daniele Puppi, Marco Raparelli, Max Renkel, Andrea Salvino, Alessandro Sarra, Corrado Sassi, Vedovamazzei; al secondo sull’isola delle Vignole, Venezia: Stefano Arienti, Micol Assael, Simone Berti, Loredana Di Lillo, Flavio Favelli, Goldschmied & Chiari, Emiliano Maggi, Gianluca Malgeri, Jorge Peris, Alessandro Piangiamore, Luigi Presicce, Andrea Salvino, Corrado Sassi, Lorenzo Scotto Di Luzio; al terzo in Via di Valle Aurelia, Roma: Paolo Chiasera, Ra di Martino, Stefania Galegati Shines, Vitoria Gasteiz, Hilario Isola, Nunzio, Leonardo Petrucci, Lorenzo Scotto di Luzio, Namsal Siedlecki, Claudio Verna. Tra i supporter: NEO Comunicazione Integrata e Valentina Ciarallo con Giubilarte.

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